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Luca Arcari – Il Genius

Siamo nel V libro dell’Eneide. Enea compie il sacrificio dovuto davanti alle spoglie mortali del padre Anchise. L’eroe vuole rendere grazie per l’arrivo in quella che lo ha accolto come una terra amica, la Sicilia, dove giacciono le spoglie mortali del padre Anchise. Dopo aver chiesto due capi di buoi per ogni nave, l’eroe si cosparge le tempie con mirto sacro. Raggiunto il tumulo, glorifica con due coppe di vino, due di latte, sangue sacrificale e fiori la terra e si rivolge al padre, rammaricandosi di averlo perso prima di essere riuscito a poggiare il piede sul suolo dell’Italia. Appare a questo punto un enorme serpente che, sbucando dai profondi recessi del sepolcro, cinge placidamente il poggio del tumulo. Il serpente, accuratamente descritto da Virgilio come tinto di chiazze cerulee sul dorso e cosparso di squame dorate, sguscia fra gli altari e striscia tra le suppellettili utilizzate per le libagioni, assaggiando anche le vivande apparecchiate per l’occasione. Dopo aver lambito con la lingua i sacri altari, tra lo stupore generale, la bestia si rintana nuovamente. Enea allora riprende con maggiore lena il rito, ma incertus, geniumne loci famulumne parentis / esse putet, «non sapendo se credere il serpente un ministro del padre o un genio del luogo» (Aen. V 95-96). Ecco il genius loci! Servio Mario Onorato, il grande commentatore di Virgilio della fine del IV secolo d.C., spiega il passo notando come nullus … locus sine genio, non vi è luogo senza un genio, e che questo è spesso rappresentato come un serpente. Per corroborare ulteriormente l’affermazione, il commentatore riporta il passo di un altro poeta della latinità, Persio, per dimostrare che il disegno di una coppia di serpenti poteva contraddistinguere qualsiasi luogo come messo sotto la protezione di uno spirito guardiano (Serv., ad Aen. 5, 95; il passo di Persio citato da Servio è tratto dalla I Satira, vv. 112-114).
Lo storico dell’antichità J. Bodel ha icasticamente e lucidamente osservato: «Qualsiasi cosa creata dalla natura, o, in contesti analoghi, dall’uomo, poteva essere concepita come capace di avere non solo un’essenza fisica ma anche una spirituale nata con la creazione: il genius. Tutela – come concetto sia di scopo più ampio che indipendente, a volte, da un particolare individuo o luogo – non era dunque un derivato ma una controparte del genius». L’affermazione è fortemente debitrice nei confronti di un’altra testimonianza proveniente dal mondo antico, quella del grammatico Censorino vissuto nella seconda metà del III secolo d.C., che nell’opuscolo De die natali, dedicato al patrono Quinto Cerellio come regalo di compleanno e giuntoci purtroppo incompleto, osserva: Genius est deus, cuius in tutela ut quisque natus est vivit. Hic sive quod ut genamur curat, sive quod una genitur nobiscum, sive etiam quod nos genitos suscipit ac tutatur, certe a genendo Genius appellatur (De die natal. 3, 1). Il genius, in queste affermazioni, emerge come la forma animata dell’insieme fisico e morale di ciò che è appena nato. Secondo Censorino, il genius è detto così «o perché si assicura che nasciamo, o perché nasce insieme a noi o addirittura perché ci aiuta e si prende cura di noi una volta che siamo nati – e comunque sia è chiamato genius da ‘nascere’ (genendo)». Il genius, dunque, come categoria strettamente funzionale alla creazione di una identità e, quindi, come concetto che, applicato a un luogo, diventa una sorta di terminus entro cui irradiare una costruzione identitaria, dal «di dentro» al «di fuori».
In quanto forma animata dell’insieme fisico e morale di ciò che è nato, attribuire a un luogo un genius loci significa fare in modo che quel luogo passi dallo stato dell’assolutamente altro a quello dell’identitario e, quindi, come tale, a prodotto di uno sguardo inglobante e auto-definitorio. Definire un genius loci, dunque, significa proiettare all’esterno autodefinizioni del sé e
tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili, anche se il loro successo è chimerico.
Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i nomi comuni, perché devastano anzi tempo la “sintassi” e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma anche quella meno manifesta che “fa tenere insieme” (a fianco e di fronte le une alle altre) le parole e le cose».
I luoghi di Leonildo non sono utopie, nel senso che non si mostrano come luoghi di favole e di discorsi, non sono luoghi che vanno nella direzione del linguaggio e in quella della fabula; i luoghi di Leonildo sono eterotopie, bloccano le parole su se stesse, contestano ogni possibilità di grammatica, si affidano a chi li osserva e il genius, a sua volta, osserva chi lo guarda sorridendo delle sue sicurezze, soprattutto se colui che osserva considera ciò che vede una superficie rassicurante in quanto o solo perché ritenuta nota.