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Annalisa Cervone

Dall’immagine storica alla visione estetica della civiltà sannita

La storia, la grande storia, solo di rado è riuscita a comunicare se stessa attraverso le poliedriche forme dell’arte.
Essa, infatti, nella ricerca faticosa di una fedeltà scientifica ad un passato che spesso si è rifiutato di dialogare cordialmente con l’acribia degli storici, ha preferito allontanarsi dalle profondità simboliche del linguaggio estetico e servirsi invece di mezzi d’indagine in un certo senso più adeguati, ma in realtà non sempre capaci di cogliere, approfondire e risolvere quel solco qualitativo che talvolta ha separato irrimediabilmente la tecnica dalla vita, il passato dalle pretese categoriali del presente e, perciò stesso, la “cronologia” della scienza storia dalla “durata” della visione artistica. Sicché, proprio questo processo di progressivo isolamento ha determinato nel corso del tempo, in special modo nel contesto semantico dell’arte contemporanea, un vero e proprio rifiuto dei contenuti storico-rappresentativi a tutto vantaggio di una triturazione del reale nel cui meccanismo di decostruzione il fatto storico è stato negato innanzitutto perché ritenuto non rappresentabile, dunque essenzialmente non conoscibile e non comunicabile nella sua “verità”. Questa negazione della “cosalità” del reale ha condotto dunque impercettibilmente quasi tutte le forme dell’arte (specialmente la pittura) a ripudiare in toto ogni tipo di contenuto o rappresentazione, e a creare in tal modo intorno al tradizionale soggetto storico, inteso come possibile scelta estetica, una sospensione insolita, se non addirittura sospetta. Per ciò stesso ci si continua a chiedere, senza tentare però di offrire a un simile quesito una risposta veramente convincente, se parlare della storia con il linguaggio dell’arte significhi necessariamente ritornare ad assecondare gli stilemi di un figurativismo oramai del tutto logoro; o se invece non ci sia una maniera realmente diversa di superare i tradizionali contorni del segno pittorico per comunicare, ad esempio, l’universale attraverso una rinnovata “scienza del sensibile”.
L’esperimento pittorico di Leonildo Bocchino rappresenta dunque, in questo contesto, un notevole passo in avanti, una transizione efficace che consente all’artista di scandagliare, con una tecnica fortemente strutturata, i fondali di una nuova intuizione poietica: nella sua opera la storia della civiltà sannita, a tratti ancora leggendaria, diventa ad un tempo il mezzo e il fine di un percorso estetico insolito, di una dimensione di ricerca in cui la costruzione dell’immagine non avviene più attraverso il criterio della rappresentazione che istituisce le singole figure, ma al contrario per mezzo di un intelligente lavoro di decostruzione figurativa che trova il suo centro ordinatore nell’esplosione dei cromatismi e nella visione percettiva (non più rappresentativa) dell’immagine epifanica. La visione cromatica suscitata da un utilizzo penetrante dei colori rende infatti le immagini di queste tele profonde e allucinate: il loro spessore ideale non viene imposto dalla mano del pittore allo spazio fisico del quadro, ma al contrario sembra emergere spontaneamente dall’interno attraverso un’esplosione visiva, in virtù della quale inoltre la percezione estetica dell’opera supera se stessa in una scoperta creativa che conferisce all’atto ermeneutico dello stesso spettatore la capacità poietica di allagare o restringere liberamente la visione artistica. Così, in questo contesto di forze centrifughe l’immagine centrale, privata del tutto del marmoreo equilibrio delle icone rinascimentali, rischia ogni volta di smarrire il proprio baricentro in quel ditirambo di colori che ne incalza i confini; ma proprio una simile dispersione erosiva della figura e dei suoi contorni finisce col costituire un nuovo punto di equilibrio, un originale elemento di transizione che consente alla pittura di Bocchino di scivolare quasi inavvertitamente dalla trasparenza razionale delle “figure rappresentate” alla profondità materica delle “visioni percepite”.
E i Sanniti? Che fine fanno i Sanniti? La loro identità riesce a resistere ad un simile colpo sismico e a conservare inalterata la propria trama semantica? Cosa sopravvive di essa al termine di questo singolare processo di erosione, in fondo a questa dispersione simbolica che di certo assai poco si concilia con le esigenze metodiche del messaggio storico?
In realtà, l’atteggiamento sperimentale che regola dall’inizio alla fine il gesto plastico dell’artista permette a quest’ultimo di assimilare saggiamente il senso della civiltà sannita al gioco delle folli visioni cromatiche, riuscendo in tal modo a catapultarne lo spessore semantico dalla linearità della narrazione storica al vivo simbolismo delle innumerevoli prospezioni segniche: immergendo e triturando il racconto storico nel dispositivo poietico della visione il pittore, infatti, intuisce – in una sorta di cammino al contrario – l’emergere del passato sannita dai fondali materici della terra; ed istituisce, attraverso l’intreccio delle luci e dei colori, un vero e proprio modello d’indagine, narrativo e simbolico insieme, nel quale la storia di una civiltà come quella prescelta non è più solo semplice oggetto da ricostruire ed analizzare, ma è innanzitutto evento e progetto da accogliere.
La centralità della visione cromatica permette così all’autore di agganciare l’elemento storico-diegetico ai luoghi del simbolo e al gioco delle metafore, e inoltre gli lascia liberare una “processione” di figure reali ed ideali dove, tra l’altro, non vi è più spazio per una effettiva separazione tra il flusso cangiante dell’oggetto estetico e la corrente di coscienza che l’opera innesca nell’individualità del soggetto-fruitore: qui, dunque, si apre l’evento, la piega del tempo, cioè quello spazio simbolico in cui l’arte – oltrepassando il linguaggio – si dona alla storia senza mediazioni, ma per accumulazioni ed erosioni al fine di istituire una visione circolare che, anziché esprimere e comunicare, semplicemente accade.
La pittura di Bocchino è quest’evento, è il tempo che si piega su se stesso per aprirsi ad un eterno presente: in essa si offre l’altra faccia della storia.