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Pier luigi Rovito

Una pittura piena di origini

Da storico – ossia da ruvido scienziato non avvezzo alle scaltrezze della parola – mi sono trovato spesso a riflettere sulla contestualità tra arte, società, culture e quant’altro connoti un preciso tempo storico.
Anche a costo di finire come quegli sprovveduti che, per inseguire farfalle, finiscono tra i rovi di un bosco impenetrabile. Ma, medicati alla meglio graffi ed abrasioni, alcune idee (forse peregrine) posso dire d’essermele fatte. La prima, fondamentale, è rappresentata dalla piena riconoscibilità d’ogni opera d’arte, ossia dalla capacità dell’Ars di abbattere barriere cetuali e culturali. Come avveniva, per fare un esempio, nel nostro Rinascimento quando alcuni capolavori erano – seppure tra polemiche feroci – comprese e metabolizzate tanto da dottissimi umanisti quanto da donnicciole visionarie, senza la mediazione di “critici” arruffoni e/o allucinati. Insomma, per dirla tutta, l’artista doveva innanzitutto dimostrare di saper padroneggiare cifre e strumenti del proprio lavoro, in genere maturato attraverso un apprendistato lungo e faticoso. “Andare a “bottega” era l’incipit di un cammino che poteva portare ad un dignitoso artigianato oppure ai fastigi di una felicità partecipata. Tutti, comunque, sapevano “pittare”: la differenza la faceva il talento, secondo una scalarità non sempre decifrabile.
Sono questi convincimenti a rendermi perplesso davanti alla cosiddetta arte moderna o a parte di essa. Anche a costo d’apparire irrimediabilmente out, non ho difficoltà a confessare che per me un ombrello piantato su un secchio di sabbia rimane ciò che è, ossia una “cosa” che non suscita emozioni. “Provocazioni” del genere provocano, al massimo, curiosità, venata di scetticismo per tutto quanto si muove intorno ad arte ed artisti: un mondo opaco dove interessi biecamente speculativi “creano” tendenze e personaggi destinati a durare quanto un alito di vento. Come peraltro hanno sperimentato (e sperimentano) “collezionisti” incauti che, abbacinati dalla speranza di chissà quali guadagni, si sono ritrovati con paccottiglia priva di valore. In queste cose il tempo è galantuomo e sancisce l’inconsistenza di un’arte che da emozione condivisa si è trasformata esperienza soggestivistica se non, addirittura, velleitaria e/o interessata. Magari solo per “fare bella figura” nel Bel Mondo. Come – temo – non accadrà a chi scrive ed a Leonildo Bocchino che ha sollecitato questa nota introduttiva. Ma non importa.
Da estraneo al mondo degli pseudo-artisti, pseudo-critici, pseudo-galleristi ecc. ecc., posso soltanto sperare che, prima o poi, tanti entusiasti estimatori dell’arte moderna reagiscano alla maniera dei forzati del cineforum aziendale che, costretti a subire per l’ennesima volta la proiezione della “Corazzata Potiomkin”, salutarono con un’ovazione di novantadue minuti la ribellione dell’esasperato Fantozzi.
In attesa della palingenesi, non mi resta che utilizzare convincimenti e speranze per dichiarare ciò che Leonildo Bocchino non è, ossia un mestierante legato a chissà a quale carro ed a quali mode; oppure uno di quei pittori senza pennello (e senza vergogna), infatuati di sé e sensibili alle lodi domestiche. Non andrò oltre nell’elencazione del bestiario di furbi, illusi, “alternativi”, che si aggirano nel cosiddetto “mondo dell’arte”. Con loro l’amico Bocchino ha poco da spartire: vive noblement in una bella casa affacciata sulle colline del Sannio, apprezza la buona musica e le buone maniere, ha trascorso parte della sua vita ad insegnare ai giovani il bello e il giusto, si diletta di azzardate manipolazioni informatiche, frequenta i classici. E – udite, udite – sa anche usare pennelli e colori, con una sapienza tecnica che, talvolta, sfiora il formalismo manieristico. Non saprei come altro definire, per essere più preciso, la commistione di tecniche e l’uso di lamine d’oro, stese sulle tavole con tecniche che appartengono al tardo-gotico.
Anche queste contaminazioni fanno parte del gioco.
Ad ispirarlo, almeno in questa fase esperienziale, sono soprattutto le tracce di civiltà remotissime, quelle dove Leonildo affonda le sue radici. Si tratta di frammenti topici che, rivisitati con discrezione, riacquistano quel tanto di vitalità che consente loro di riproporsi.
Penso – per citare un’opera – ad un Ercole di Castelpagano nel quale il bronzo dell’effige è proiettato su una banale e disadorna parete domestica, caratterizzata da un tendaggio e da un paesaggio marino. Suggestioni del genere sono peraltro ricorrenti nell’opera di Bocchino, nella quale sono ricorrenti gli scorci del santuario sannitico di Pietrabbondante, avvolti da una luce sanguinolenta che, in altre rappresentazioni è tagliata dall’azzurro di un golfo immaginario. Un crisma di drammaticità, quest’ultimo, che si ritrova – significativamente – in una evocativa “mater matuta” di Capua.
Trasfigurazioni del genere sono, come è noto, frequenti nella storia dell’arte europea. Nel mio vissuto culturale, ad esempio, hanno pesato molto le suggestioni classicistiche di un Poussin o, per rimanere nel tardo-rinascimento, le evocazioni antiquarie del Borromini nella chiesa napoletana dei Santi Apostoli. Anche in questi casi la riscoperta dell’antico era soprattutto contestazione del presente ed anelito verso un futuro non mediocre.
È verso questa stessa prospettiva che si muove, secondo una sua personalissima cifra, Leonildo Bocchino. Il quale, senza ricorrere alle metafore del classicismo antico, pone la natura come mediatrice dello scontro tra passato/presente. Sono le montagne d’Abruzzo che avvolgono il guerriero di Capestrano o, più semplicemente, le foglie di eucalipto che ombreggiano la stele di Bellante. Ed altrettanto naturalismo esprime il bellissimo toro di Castel di Sangro che, liberatosi dal bronzo, si accinge a brucare nella prateria che lo circonda.
Sono questi, a mio avviso, gli elementi che fanno apprezzare un discorso artistico di estrema complessità, fors’ anche difficile da comprendere. Ma l’arte è (e non può essere altro) che complessità da sciogliere, sia emotivamente che mediante forme latomico-inconscie di razionalità.
C’è da sperare che, in un mondo dominato dall’effimero, ci siano alcuni disposti a cimentarvisi.
L’occasione – voglio dire le opere della maturità di Leonildo – è quella giusta.