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Antonio V. Nazzaro

1. Nell’accingermi a scrivere questa nota prefatoria al Catalogo della Mostra pittorica sulla Civiltà dei Sanniti del pittore sangiorgese Leonildo Bocchino mi corre l’obbligo di dichiarare che, occupandomi professionalmente di altro, non ho le competenze necessarie per una critica artistica seria e corretta.
Non essendo però riuscito a sottrarmi ai suoi reiterati haud mollia iussa, debbo aggiungere che il mio approccio non può che essere quello del lecteur (del lettore normale) e non del liseur (del lettore specializzato).
Premessa quanto mai doverosa nei riguardi sia di un pittore serio e di valore, sia del sottoscritto esposto naturalmente alla caustica reprimenda contenuta nell’aureo adagio ne sutor ultra crepidam ! (il calzolaio non vada oltre il calzare!).
Se la pittura è l’arte di raffigurare in forme visibili attraverso linee, masse di valori (disegnativi, plastici e cromatici), e toni, sia il mondo che ci circonda sia l’universo spirituale, il pittore che con intento mimetico rappresenti la realtà o che dia forma a un’intuizione fantastica, sprigiona sempre un’energia che ricrea e interpreta entrambe le realtà.
La pittura figurativa – mi siano perdonate queste considerazioni a dir poco banali – può essere di figure, di paesi e di ornato. Il primo genere abbraccia i quadri di storia, i soggetti di genere e i ritratti; il secondo i paesaggi, le prospettive, le marine, gli animali, le vedute e le nature morte; il terzo comprende tutto ciò che si riferisce alla decorazione e alla ornamentazione.
E a questo punto dubbi e incertezze prevalgono su qualche certezza.
Non so a quale delle tre categorie sopra richiamate siano da attribuire i quadri sui generis del pittore sangiorgese. Non so neppure se nella raffigurazione di rovine classiche e di reperti archeologici il Nostro s’inserisca in un ben preciso filone pittorico oppure ne inauguri felicemente uno nuovo.
Una sola cosa mi è però ben chiara: Leonildo consegue esiti apprezzabilmente originali in ordine sia alla resa artistica e alla sperimentazione pittorica sia all’operazione culturale a esse sottesa. Altrettanto chiaro mi appare l’intento di contribuire con il pennello e i colori a far rivivere gli antichi Sanniti, di cui orgogliosamente difende e rivendica l’eredità culturale.

2. La Mostra è costituita da 40 opere a olio, con modulo aureo di cm 80×130 e ognuno di essi con frame di cm 80×80, 50×50, e 50×30, in modo da esporli o singolarmente o in moduli compositi.
Attraverso questi oli aventi a oggetto dipinti, statuette bronzee e fittili, elementi architettonici (anfiteatri, templi, altari) e ceramici, rinvenuti nell’ampia regione occupata dai Sanniti, Leonildo ripercorre la civiltà di un popolo di pastori e bellicosi guerrieri, cui però non era ignoto nella costruzione di templi votivi (per es. a Pietrabbondante) quel principio di armonia, che con il nome di sezione aurea fu nel Rinascimento posto a base di un ideale di perfezione estetica.
Un rapido confronto tra i quadri in questione e i loro ipotesti sannitici mette in evidenza l’estrema delicatezza con cui Leonildo si pone di fronte a essi e l’equilibrio con cui procede nella sua ricerca, che è fatta anche di approfondimenti storico-letterari. Pare evidente che il nostro pittore conosca e bene E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti (tr. it.), Torino, Einaudi, 1985: un volume molto interessante, perché per la prima volta uno storico assume il punto di vista dei Sanniti, che per il loro eroismo e l’attaccamento alla libertà meritarono l’elogio di Livio.
Leonildo non interviene mai in maniera pesante e pacchiana sui modelli sannitici, ma non mette neppure la mordacchia al suo prepotente estro fantastico e all’esigenza di interpretare, ricreando, il fascinoso mondo artistico dei nostri lontani progenitori. L’attività ipertestuale di Leonildo, pur nel rispetto anche estetico dei modelli, contribuisce a dare nuova vita a reperti musealizzati, che con il tempo corrono il rischio di veder appannarsi il suggestivo impatto emotivo persino sui fruitori abituali.
La traduzione omosegnica di Leonildo restituisce alle antiche figure, grazie anche all’impiego di vecchie e nuove tecniche pittoriche, come l’oro zecchino e le velature in gommalacca, un nitore e una luminosità che non disturbano, e costituisce una preziosa testimonianza del loro Fortleben contemporaneo.
La sperimentazione di Leonildo, seria e filologicamente fondata, ha prodotto unapictura docta, una pittura, cioè, difficile e raffinata, che per la sua piena intelligenza esige da parte del fruitore impegno e molta attenzione. Come per tutte le opere d’arte, anche per questi quadri, ci sono vari livelli di approccio, che vanno da una lettura discorsuale a una lettura in profondità, che tenga conto anche dei minimi particolari, che sono poi quelli che marcano gli scarti e offrono elementi di originalità.
Sulla maggior parte dei quadri è raffigurato, in forma ridotta e stilizzata, l’Ercole (di Castelpagano), che il pittore impiega come sua personale sphragìs. Si tratta di un puro e semplice vezzo del pittore o questa ‘firma’ contiene un significato più profondo? Che Ercole, con tutto quello che la sua vicenda mitologica contiene, abbia una presa particolare sul moderno pittore sannitico, è comprensibile. Ma perché non porre l’effigie stilizzata di Ercole su tutti i quadri? Mi guardo bene dall’azzardare ipotesi.

3. E vengo ora a qualche considerazione estemporanea e personale, che valga se non altro come prova di aver riservato all’opera pittorica di Leonildo il tempo e lo studio che essa merita.
Il Guerriero sannita (di Nola), rispetto all’originale, dà l’impressione di un quadro che un oculato intervento di restauro abbia riportato al primitivo splendore. La medesima impressione è offerta dal Magistrato sannita (di Paestum), di cui è sostanzialmente conservata la bonaria auctoritas.
Appare invece in qualche modo attenuata la forza magnetica dello sguardo del Meddix tuticus (di Capua) e del Cavaliere sannita (di Nola), che sono giustapposti nello stesso quadro in quanto rappresentanti del potere religioso e politico. Il terzo frame del quadro è costituito dalla prosecuzione dello scudo del cavaliere e da motivi ornamentali.
La figura femminile ( probabilmente una divinità) dell’Arula fittile (di Capua) è proiettata su uno sfondo, che per più della metà è azzurrino con evidenti velature. L’impiego di questo colore può avere attinenza con la supposta divinità femminile o, più semplicemente, obbedisce a esigenze di equilibrio cromatico.
La raffigurazione su terracotta di Ercole che lotta con il leone nemeo dalle sembianze antropomorfiche è collocata al centro di un quadro 80×80 su uno sfondo costituito da ornamentazioni vegetali. Il prezioso reperto appare come adagiato su un arazzo di motivi vegetali.
La figura del Guerriero (di Capestrano) – del quale si discute a proposito di probabili influssi greci – è trasferita in un quadro 80×130 su uno sfondo che per la parte superiore è rappresentato da un cielo azzurro cupo attraversato da una nuvolaglia chiara. La leggera inclinazione a sinistra del volto impercettibilmente rischiarato da un mezzo sorriso attenua la rigida fissità dell’originale.
Concludo questa breve rassegna con la raffigurazione della Mefite, divinità che mi è cara come sannita-irpino e come studioso di Giuliano vescovo irpino del V secolo, cui cinque anni or sono ho dedicato un Convegno internazionale a Mirabella Eclano; mi permetto di rinviare il lettore ad A. V. Nazzaro (ed.), Giuliano d’Eclano e l’Hirpinia christiana, Napoli 2004. Nel mentre mi appresto a licenziare questa nota mi giunge il gradito omaggio dello splendido volume collettaneo curato da A. Mele, Il culto della dea Mefite e la Valle d’Ansanto. Ricerche su un giacimento archeologico e culturale dei Samnites Hirpini, Avellino, Sellino Editore, 2008.
Ma procediamo con ordine.
La Mefite di Leonildo non è, come gli altri quadri, la riproduzione pittorica della scultura in legno (V secolo a. C.), proveniente dalla Valle d’Ansanto ed esposta nel Museo Provinciale Irpino di Avellino. Questa statua, alta 142 cm, è in realtà un grande xoanon (legno intagliato), che rappresenta una donna con volto stilizzato e mento rastremato, naso a rilievo e occhi incavati, il cui corpo è in effetti un semplice parallelepipedo. Questa donna è Mefite, la dea delle sorgenti, delle capre, dei campi e della fecondità, insomma una divinità agreste, tutelatrice di una popolazione rurale e pastorale. Quest’opera, benché rozzo prodotto dell’artigianato locale, sprigiona un fascino che non poteva non colpire la fantasia di un fruitore sensibile come Leonildo, che ha fissato su una tela 80×130 l’immagine della sua Mefite. Si tratta di un quadro a tre frame, nel quale appare un’esile immagine stilizzata di donna, dal volto dolce e austero insieme, e dagli occhi magnetici nei quali si concentra tutta l’energia guaritrice della dea della salute.
Con questa immagine rasserenante, i cui valori pittorici e simbolici andrebbero meglio precisati attraverso un minuto esame dei tanti dettagli di sfondo e paesaggistici, chiudo questa nota con l’augurio che un non effemiro successo artistico arrida alla tormentata e mai paga ricerca pittorica di Leonildo Bocchino.