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Maggio ’85

Domenico Rea

Tra le tante esperienze ricordo quelle di Caserta, Napoli, Foggia, Piacenza, Parma, Novara, Parigi e l’incontro intriso di un forte magnetismo, a Napoli, a casa dello scrittore Domenico Rea:
“… ogni mediazione e’ possesso dell’essenza delle cose…”

La pittura di L. B. vive in questa ultima produzione di una sua autonomia, di una ricerca mai banale e mai fine a se stessa, espressa con una stesura cromatica sensibile e intensa in cui i segni e le nuances suggeriscono, attraverso le immagini, quell’universo sotterraneo e presente che l’artista propone con la sua opera.
Ritrovi in questo excursus la necessità che il convenzionale, il già visto, la spoliazione immediata di ogni orpelli attui il suo riscatto nel convincimento che ogni oggetto, per quanto macerato dall’usura, non è mai usuale, non è mai abbastanza ripetuto da non poterne cogliere nuovi elementi che ne giustifichino la presenza.
A quale categoria, a quale universo appartengono queste raffigurazioni?
E se per una prima maniera della proposta pittorica di Bocchino avrei potuto parlare di un mondo sognato, di una zona onirica capace di convivere col reale, oggi, rispetto a questa nuova ricerca metterei in bilancio un mutuato rapporto con l’esterno.
E’ come se l’artista – verificando che quanto vive al di fuori della sua personale esperienza non è mai proponibile se non per mediazione – volesse rimarcare che ogni mediazione è possesso dell’essenza delle cose e non della loro raffigurazione simbolica.
Ed è proprio da questo intreccio di elementi fortemente figurativi contaminati da spazi intuiti e suggeriti, che scaturiscono altri significati, altri percorsi.
Nell’esorcismo della concretezza ridotta a pura forma è possibile leggere perfino lo smarrimento e la conflittualità che comporta ogni riappropriazione del vero di cui il verosimile non è che lo specchio ingannevole.
Non è dato sapere fino a che punto incida in questa dimensione il rapporto che l’artista ha col suo paese d’origine, con quella pena e quella fatica di vivere che sono le caratteristiche archetipiche del Sud d’Italia in generale e della società contadina in particolare. E’ come questo retroterra culturale – sia esso valore o disvalore, sfrondato di ogni retorica e di ogni menzogna – abbia finito col segnare le sue scelte e le sue definizioni.
Sono tracce impercettibili ma esistenti che stabiliscono un rapporto vivo e costante con le cose e diventano la sintesi e la rarefazione della propria conoscenza, del proprio immaginario e di quanto del proprio mondo è possibile comunicare ad altri.