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Via E. Riola, 15 82018 S. Giorgio del Sannio (BN)

Antonio VARONE

Riproponendo una storia già accaduta circa 2500 anni fa, ancora una volta dalle aspre terre del Sannio una spedizione è partita per impadronirsi della invitante, magica terra di Pompei.
Allora furono uomini in arme che si impossessarono della fertile vallata, occupandola e facendola fiorire con sontuosa opulenza, donando alla città tutto il retaggio di quella tradizione medio-italica così intrisa di spirito greco di cui erano portatori.
Oggi, con Pompei divenuta riflesso principe del mondo antico, quale per crudele, ma strabiliante magia, miracolosamente trasposta, viva e palpitante, nel sentire di noi moderni, il Sannio si riappropria ancora della misteriosa malia di quella terra, facendolo però stavolta attraverso la poetica, sognante e incantatrice, di un suo figlio illustre, Leonildo Bocchino, partito alla conquista della più vera essenza della città, armato solo di una tavolozza di colori, brillanti e pastosi e di un occhio attento a cogliere la misura e la dimensione lirica del palpito della vita pur nel trascorrere del tempo.
Egli è solo in questa impresa, non ha come allora turbe vocianti di armati alle sue spalle a confortarlo nella sua conquista, ma solo il suo sentire di uomo, di artista, che riesce per incanto ad entrare in perfetta sintonia con la poesia evocata dalla rivisitazione della città vesuviana.
La presa di Pompei da parte di Bocchino avviene attraverso le vie altrettanto magiche e misteriose dell’arte.
E la pittura, che occhieggia sublime dalle pareti affrescate delle tante case e ville vesuviane, diviene il medium d’elezione di questo affascinante dialogo.
L’arte antica si confronta con quella moderna, ma, più che altro, esse si miscelano entrambe in una visione esistenziale cosmica in cui l’Uomo sembra quasi essere spettatore attonito di un mistero che prescinde completamente da lui, pur non potendo esistere se non in lui e grazie a lui.
Le immagini delle passioni antiche ecco si trasfigurano.
Balzano esse prorompenti nelle tele di Bocchino con colori forti e decisi, per mettersi poi improvvisamente da parte, arretrando, chiudendosi in un angolo, divenendo evanescenti. Lasciando, allora, che una fluttuazione di colori, altrettanto forti, marcati, segno di passioni attuali e mai sopite, prenda su di esse il sopravvento trasportandole in una dimensione onirica di ineffabile grandiosità, che pare voglia sfidare il trascorrere del tempo, rendendone fisso in una immagine il suo divenire.
Immagini evocatrici, emblematiche, appaiono così rincorrersi tra loro, tra sprazzi di colore che sono sprazzi di luce del pensiero, su tele di grandi dimensioni come su più piccoli quadretti.
Il fregio megalografico della Villa dei Misteri si scompone così in una serie di gruppi, di figure, più che altro momenti dello spirito, che si frangono nel barlume inconscio della rappresentazione con gli echi del mondo moderno adombrati dalle linee fluide di colori intensi e dissonanti che trasfigurano il ritmo del reale ancorandolo a quello del sogno.
Anche piccoli dettagli, però, come la mirabile fruttiera di Oplontis, o il fregio degli amorini vinai o profumieri della casa dei Vettii o l’erote con delfino, pur delineati grazie ad una robusta linea ed a tinte corpose e nette che ne sottolineano la realtà formale, diventano all’improvviso evanescenti nel contesto strillato delle tele.
Eppure la nostalgia riaffiora e il nuovo mondo poetico conquistato non basta a sopire il desiderio della vecchia terra idealizzata.
Così, non a caso, due fanciulle, entrambe con calamo e tavolette cerate, ed entrambe pensose, mutuate dagli antichi muri di Pompei, tengono esse invero il campo di due tele, reali figlie dell’immaginario, mentre a trasfigurare stavolta è il resto, che non ha più i contorni iridescenti dei colori della luce del tempo, ma le sfumate “nuances” degli archi e dei muri e degli sporti delle vecchie case di S. Bartolomeo in Galdo, reali ma ormai inconsistenti nella malinconia fuggevole del ricordo.
Il mistero si è compiuto, il rito si conclude.
Lo spirito del passato si è fatto presente ed il presente sfugge nelle nebbie del passato.
Il tempo è stato ritrovato e con esso il sentire degli antichi, che si è fuso con quello dei moderni.
Ancora il Sannio si è fuso con la terra degli Opici, ancora il canto si è levato dal suo grembo: la realtà diviene ricordo, la comprensione diviene possesso, l’immaginario diviene reale.
E l’uomo vive ancora.