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Francesco Morante

Nel nostro rapporto con il passato, è sempre difficile distinguere il mito dalla storia. Diventa quasi impossibile quando il passato è quello che ci viene testimoniato dalle pitture pompeiane. Testimonianza, non solo artistica, talmente unica ed irripetibile che ci riesce difficile, se non impossibile, collocarla nella sua reale dimensione spazio-temporale.
Ed allora, la pittura pompeiana non può che essere vissuta come mito: l’immagine trasognata di un mondo talmente vero e reale, per quanto irrimediabilmente perduto nella notte dei tempi, che ci suggerisce infinite domande che non potrammo mai avere una risposta. Il silenzio è la loro dimensione e la loro comunicazione.
E sembra quasi un intento consapevole negli stessi ignoti artisti che realizzarono quegli affreschi. Come spiegare diversamente quell’aura di immobilità e di fissità che pervade le figure? Come intendere quel congelamento senza tempo dei loro movimenti? Dall’inizio, erano già pronte a sfidare i millenni per testimoniare di una civiltà su cui incombeva il destino della fine.
Perché è di tutte le cose umane avere un inizio ed una conclusione. Ed è tipico della antica cultura romana avere un rapporto così sereno, ma anche così struggente, con la inevitabile fine di cose e di persone. Di loro solo qualche labile traccia a futura memoria: poche, ma sapide, parole su una lapide, rari volti che nei loro sguardi già fissano l’eternità.
Ma ogni passato lo riconosciamo come tale solo se rivive nel presente. E’ sempre stato così, e non potrebbe essere diversamente. Cambiano solo i modi e le forme. Esauriti i vari neoclassicismi che traducevano le diverse “storie” in norme e manuali, oggi il passato rivive nella “citazione”. Il frammento è il tutto, si potrebbe dire. Ci basta, per far rivivere lo “spirito” dell’antico. Ed è quanto si coglie nelle singolari rivisitazioni che Leonildo Bocchino fa delle pitture pompeiane.
Citazioni, le sue, attenti e riverenti, che, per fortuna, non hanno nulla delle esasperazioni postmoderne. Citazioni dove l’antico rivive con tutta la sua ineguagliabile carica di suggestione, per sposarsi con originali inserti informali fatti di gesto e materia. Per dar luogo ad una pittura che riesce a ritrovare un dialogo sereno ed equilibrato tra antico e moderno. Un dialogo in cui sia davvero possibile accostare le nostre emozioni alla mitica immagine del passato.
Ed è così che le opere di Bocchino colgono un obiettivo di non poco valore. Basandosi sull’accostamento di figurativo ed astratto, materializzano il contrasto tra un passato fermo, dall’immagine fissa e statica, ed un presente in vorticoso divenire. Esaltano, nel contrasto, tutta la potenza del mito, che è tale perché rimane come un simbolo archetipo inamovibile ed eterno.
Ed allora i quadri di Bocchino ci ripropongono l’universale senso della storia rivissuta come memoria, sia singola che collettiva. Ossia, la forza che la storia ha di stratificare in noi significati che trascendano la nostra finitezza, per proiettarci in un dialogo “lungo” con chi è stato prima di noi, e con chi sarà dopo di noi. Ed illuderci così – perché non sapremo mai quanto c’è di vero o di illusorio nella nostra vita – che bere alla fonte del mito possa farci vivere un istante di immortalità.