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Via E. Riola, 15 82018 S. Giorgio del Sannio (BN)

Giuseppina Luongo Bartolini

Occorreva questo luogo – Pompei – spazio intimo e segreto del mondo, libero e aperto, sospeso tra mito e realtà, perché Leonildo Bocchino sentisse l’entusiasmo, l’emozione di esporsi al linguaggio ulteriore e indicibile del nessun dove, di un altrove pericolosamente e felicemente sospeso, patria destinata a rovesciarsi nello spaesamento.
In queste opere ricorre la parafrasi astratta del reale.
Qui è l’interpretazione allucinata e ironica della visione, disposta ad accogliere il contrasto e/o la fusione dell’individuo col mondo, sulla base della cultura moderna. Sicché il perenne senso di lacerazione tra fantasia e verità si adegui al sentimento della natura come misterioso repertorio di segni, immagini, cose che hanno rispondenze psichiche.
Si tratta di pensare e realizzare la pittura come risvolto sorgivo di immagine e forma, simbolo e offerta pura. E’ un atto di fede questo, nella stessa pittura come strumento artistico e, quindi, un tentativo di accordo fra la progressione e la continua mobilità dei linguaggi.
L’immutabile essenza del rapporto sensoriale ed emotivo dell’individuo con la natura ci appare in una coerente e lucida costruzione formale nel suo pieno equilibrio.
La stessa evidenza dell’immagine rappresentativa, struggente dimensione spirituale e interiore della luce, lascia avvertire lo scandaglio e la struttura formalistica, nella trascrizione lirica dell’esistente.
In queste tele in cui l’ampia dimensione esalta l’andante mosso e articolato all’interno dello spessore del dramma e della tragedia – Pompei come territorio dell’anima, finis terrae, proposizione remota e ancestrale d’un modo d’essere e metafora della vita umana – si definiscono luoghi e momenti in brucianti illuminazioni, apparizioni ritmate sull’onda della memoria storica, bloccate nel registro più alto dell’emozione cromatica.
Si tratta di ritmare lo spazio verso l’esterno, con vigore espressivo, parabolico, ellittico. E questo consente di dare forme infinite al proprio sentimento, oltre ogni indistinta fluttuazione, perché lo sguardo è tanto più arduo e ineffabile quanto più riesce a darsi nella ripetizione variata e ritmica, ove possano fondersi luce e colore.
Sottesa alla modulazione sorprendente e materica delle tonalità visualizzate fino all’estrema e ardita espressione, nella potenza irradiante dello spettro solare, nella contaminazione dell’arte, è lo strumento della sezione aurea, liberamente utilizzata, qui, da Leonildo Bocchino. Ed è chiaro che l’artista intende richiamarsi (e richiamarci) a quel concetto che, nel Rinascimento, fu posto a base di un’ideale compiutezza estetica, in vista di un rapporto perfetto di proporzionalità per gli oggetti naturali e lo stesso corpo umano. Sezione aurea, dunque, nell’alta resa pittorica, nel riproporsi di atteggiamenti, affetti, usanze rappresentati in immagini plastiche negli affreschi famosi d’epoca romana, interni ed esterni carichi di vitalità fresca e vigorosa, ripresi e riproposti come dato incontrovertibile di una realtà e di un vissuto remoto, limite e apertura ad un modo modernissimo di acquisizione e d’invenzione, ad un futuro che l’artista può soltanto far suo attraverso un colorismo rischioso e portato alle estreme conseguenze della passione e del dramma.
Armonia e caos primigenio, nelle intelaiature dinamiche di ambienti e oggetti ridotti a ritmi spaziali, vibranti nel colore limpido, mobile, a volte doloroso e spinto in continue risonanze allusive, lievi, ariose.
Nel cromatismo più audace, lo spazio si rende evocativo, percorso da impulsi emozionali, in un accordo sottile e virtuoso di densità e spessore, e di lampeggiamenti di irruenza, fatalità, destino.
L’artista, eclettico nell’inventiva dell’immagine e nella capacità elaborativa della materia e del segno, ora densi e complessi, ora trasparenti e filiformi, propone liberi accordi, a specchio di intuizioni originalissime del dinamismo cosmico. Accentua un repertorio di figurazioni riconoscibili, aperte ad un romanticismo visionario, sospeso tra verità e ambiguità illusionistiche ed ottiche, esprimendo il transitorio e la mutevolezza.
Emerge, quindi, sulla tela il “tempo” affrettato, in tranquilla noncuranza da una parte, mentre guizzi piatti e folgoranti, realizzati mediante un acutissimo studio del colore, creano una sorta di stabilità in sospensione, come atto vitale del dipinto, e turbolente ondate di impasti di stupenda ricchezza formano un contrappunto recessivo e spettrale.
L’immenso campo cromatico si estende all’infinito nei cupi e ardenti toni del rosso, del giallo, del cobalto, del verde, negli elementi tellurici sconvolti dal moto irreversibile del Vesuvio, solennizzato da una complessa pulsazione del colore ad alta tensione, in un orizzonte ampiamente spiegato, diviso in torsione d’avvincente violenza, in cui scatta un moto oscillante d’acquiescenza e di aggressione, quasi inconsciamente perduto.
In un possente e trasfigurante dramma visivo, l’enorme esplosione del rosso provoca l’accensione e l’incendio, l’urlo e la morte.
Lo stesso prorompere dinamico che attraversa il dipinto parte da qualche luogo al di fuori della scena. E i bordi della cornice agiscono da mirino fotografico, mentre una sorta di ponte s’alza tra noi e quella situazione di circostanza totale.
Nelle immagini codificate urge un’ardua tenzone tra l’aspetto riconoscibile dei dati del reale e la loro collocazione in spazi evocativi di profondità dell’inconscio. I simboli del tormento diventano forme emblematiche di una dura resistenza, di una forza e di una volontà eroica di sussistere. E i colori si dispiegano, densi di note acri e fulgenti, su fondali persi e oscuri. Il procedimento della parafrasi evocativa del vero si innesta nel procedimento della rappresentazione.
Ed è questo uno dei più alti termini della pittura di Leonildo Bocchino, nel quadro dell’arte contemporanea. Egli non ignora che ritrovare nella materia una possibilità di espressione significa, innanzi tutto, stabilire una linea che permette all’artista di appropriarsi di uno spazio unico e memoriale.
La storia è potenza, dunque, energia e passività, qui proiettata nella sensualità tradizionale del sentimento poetico.
Stranezza e fascinazione, ripulsa e attrazione feticistica catturano il nostro interesse, chiamato alla consapevolezza dell’arte che consiste, infine, nella defunzionalizzazione e nella nominazione dell’oggetto, nel processo di spaesamento, assumendo questo come indice della realtà e metafora riassuntiva dell’universo contemporaneo.