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Alberto Abbuonandi

Il giallo e il rosso, impetuosi e primigeni, della pittura di Leonildo Bocchino, ritornano dopo un itinerario di riuscita, progressiva osmosi.
Il rosso, in particolare, pompeiano nel caso, è il sognante indicativo, forse sempre latente, che esplode in questa recente identificazione/ricerca.
Anche il sostrato materico, utilizzato oltre i colori e frantumato in miriadi minuscoli lapilli caleidoscopici, realizza il fine di accompagnare la lettura del quadro.
E’ come soffiare sulla sabbia utilizzata per vedere riapparire figure “passate”, da conservare e riconsegnare “nuove” al tempo.
L’Artista rilegge il momento storico considerato e vi si identifica per riproporne una personale interpretazione.
Succede così che amorini, musici, matrone, poeti/filosofi diventino le quinte stabili di un palcoscenico su cui primeggia la donna che ritorna, reintegrandosi, ai suoi ruoli primari.
Leonildo Bocchino però va oltre le raffigurazioni mimiche e i misteri orfici o dionisiaci che appaiono speculari, ne supera il significato cosmologico sbriciolando gli stucchi sui marmi policromi per offrirne il senso.
Il suo è un messaggio dai colori purificati, esplosivi come l’eruzione che sistematicamente ripropone in ogni composizione. Fasci policromi, come ondate, che suggestionano per la loro riuscita forza magmatica ma vitale, e che fanno da contraltare ad una staticità, mai statica, di personaggi e ambientazioni volutamente posti ai margini della tela. E’ pittura che non si dissipa in deflagrante esuberanza poiché l’interpretazione globale, e l’idea che vi è alla base di ogni quadro, non ne muta il lineare linguaggio comune.
E’ felice rappresentazione moderna, per astrazione, dove colori, figure e significati convivono e si realizzano in geniale intuito.