"I Sanniti"

E’ il nostro modo di presentarci: “ Siamo Sanniti!”. E’ il nostro modo di sentirci parte integrante di un contesto, di una storia, di un mondo caratterizzato da entità, realtà, suggestioni che sfuggono oggi in un mondo troppo dilatato, senza confini, senza radici, senza storia. Nell’epoca della velocità, della globalità, della “ fugacità “, Leonildo ci invita a soffermarci un attimo su alcuni valori che il tempo ha stemperato, che la vita frenetica ha lasciato ai margini, che l’homo tecnologicus ritiene del tutto obsoleti. Per aiutarci a cogliere il senso di immagini antiche, ma straordinariamente moderne, compaiono segni e figure estremamente curate, studiate nei loro rapporti, nei moduli che si ripetono talvolta all’infinito, nei motivi che racchiudono la scena in una cornice intagliata, scolpita, creata ad  arte per trattenere con i tratti stilizzati dello scudo e della corazza tutta la forza del Guerriero sannita o di Ercole, simbolo del vigore, del desiderio di combattere, del bisogno di esserci, a tal punto da diventare il “logo”, il richiamo costante, la firma dell’Autore.
Ogni opera colpisce profondamente, attira in modo inconsueto l’osservatore, che viene come catturato da qualcosa che lo avvince, un “nastro” ora evidente ora impalpabile, che  in alcuni tratti emerge in altri si nasconde, a volte affiora a volte sparisce, in un gioco di trasparenze e di evidenze, che annoda in un sottile, colorato, aureo, intenso dialogo il fruitore e l’Artista, entrando ed uscendo dalle figure che a mano a mano sembrano diventare reali, palpabili, sensibili, come quella materia vera che è presente sulla tela, che esiste nella tela.
Drappeggi, sabbia, polvere di oro sono i segni più tangibili della materia che viene plasmata nell’opera, i segni della natura  che vive nelle singole immagini; così dalle pieghe del lino che avvolge e protegge il fiero “guerriero sannita” sembra venir fuori l’uomo, sembra quasi che la tela voglia offrire un rifugio per nascondere la reale identità, per trattenere le cose dette e non dette di quell’uomo, di quel guerriero, di quella storia.
L’opera è complessa, è profonda, è articolata, è un gioco di incastri, di composizioni modulari che si uniscono secondo una “regola aurea”, ma una volta staccati riescono a vivere di vita propria ed è allora, che,come per incanto, il reperto archeologico, il dipinto scrostato sul tufo, il corredo fittile, le antefisse scalfite, la statuetta di bronzo, il fregio scolpito nella pietra, un elmo diventano modernissime opere uniche, che sprigionano una “vis” particolare, emergono dalla tela, prendono forza dall’oro che copiosamente viene profuso sulle immagini, come una pioggia d’oro che dà vita, che rende “fulgidi” i guerrieri di Livio e richiama alla mente non più un guerriero, non più Ercole, ma intere legioni di valorosi combattenti resi splendidi dalla preziosità del metallo e protetti dalla tela di lino, che vivificata dall’oro si fa materia che “tesse” il quadro così come  serve a tessere la trama stessa su cui l’opera si materializza.
L’oro zecchino, l’argento, il tessuto, la maestria nell’uso curatissimo dei colori, dei contrasti, delle sfumature, delle pennellate incisive, larghe, ariose, tondeggianti, quasi barocche a volte ( Antefisse di terracotta), molto moderne, quasi impressionistiche altrove ( Tempio di Vastogirardi), o dense di immediatezza come  espresse da una gestualità ampia, quasi infantile, offrono nell’insieme una particolare sensazione di tridimensionalità, si percepisce uno spessore vero che dà il senso del rilievo, sembra di poter entrare ed uscire dalla materia insieme al segno largo tracciato dal pennello.
Le immagini si fondono e si scompongono, messe in evidenza dalle pennellate d’oro che avvolgono le figure in un gioco di contrasto tra culture diverse ( Le Madri di Capua ): da un lato la forza generatrice, la robusta possente presenza della “mater”, dall’altro l’immagine morbida, dolce, avvolgente, classica dell’entità femminile.
Nell’intreccio vivido di luci – colore – oro – materia ( Le sorgenti del Trigno) e negli elementi caratteristici dello scudo e della corazza, si sente tutta la forza di un mondo connotato da tratti  rudimentali, arcaici, che alla fine si fondono in un unicum armonico che dà il senso di un mondo diverso, non rozzo e primitivo, ma forte, vigoroso, civile, organizzato.
Piano piano l’opera sembra animarsi, si avverte una sorta di coinvolgimento plurisensoriale, si sente il desiderio di toccare le immagini, di entrare nel dipinto, di ascoltare in silenzio i suoni, i colori, gli odori che provengono da quei luoghi remoti, tanto vicini,e la ricchezza degli elementi fa affiorare un’armonia che si vede, si sente, si percepisce con tutti i sensi.
E il viaggio continua nei vari angoli di un mosaico che attraverso scorci dell’armamentario tipico, da cui emergono i segni evidenti di una civiltà lontana, in cui si avverte la presenza della tecnologia e dell’organizzazione, ci porta  gradatamente verso un luogo affascinante che prende tutti, annoda tutto in un movimento circolare impresso dalle pennellate, dall’oro che avvolge, dai particolari che si dilatano nelle rotondità del teatro sannitico (Teatro di Pietrabbondante) che è l’immagine stessa della continuità, della ciclicità, della fatica di Atlante di sorreggere il mondo/teatro, illuminato da una luce tutta sua, una luce resa calda, penetrante, fluida,vitale dal sapiente cromatismo creato dal rosso, anzi dai “ rossi” di Leonildo.
La linea/nastro conduce ancora ad osservare attentamente ogni cosa, a guardare con occhi nuovi la spiritualità che è nelle immagini, intorno alle figure, una sorta di                “ santificazione “ che si fa segno, con linee tondeggianti che partono dai soggetti, annodano i resti, si manifestano nelle figure che le contengono.
La modernità poi ti abbaglia: il profilo della Dormiente e sullo sfondo l’Olimpo.  Il nostro Sannio e il monte degli Dei, pieno di luce , di oro, di colori inusitati e vivi, quadri d’effetto incorniciati e racchiusi in moduli di uno spessore notevole.
È una sorta di matrice generativo-trasformazionale, che ha radici molto profonde e una grande forza vitale, che fa entrare nello spirito dell’opera, che richiama alla mente l’anima mundi, che mette in contatto con altri tempi e altre storie, con una forza empatica che prende i sensi e traduce ogni sinestesia in senso di appartenenza.
E alla fine del viaggio bisogna dire grazie a chi ci ha restituito una splendida immagine dei “ fieri” Sanniti.
Grazie Leonildo!